Harry Belafonte sta per compiere ottant’anni. Eppure, poche settimane fa era in Giamaica, dove ha trascorso l’infanzia, a filmare un documentario sulla sua vita. Quella di una star indomita, da cinquant’anni sulle barricate. L’amico fraterno di Martin Luther King e Bob Kennedy, l’uomo che ha scalato, primo afroamericano, le classifiche di tutto il mondo. Per l’Italia degli anni ‘50, Belafonte era soprattutto quell’uomo bellissimo che cantava Banana boat song (Day-O), brano che entrava nel 1957 in classifica svelando l’esotismo del calypso [...] senza che molti si soffermassero sul significato del pezzo, una «work song» sulla tragica vita degli scaricatori di banane giamaicani.
Lui, Belafonte, non si preoccupò più di tanto della mistificazione. Colse il successo e lo utilizzò per spingersi ben oltre, diventando l’antesignano della «world music», l’attivista, una delle voci più autorevoli della diaspora africana. L’Italia osservava compiaciuta il «re del calypso» con quello sguardo voyeurista un po’ provinciale, tanto che quando un anno dopo Carosone lanciò la sua O’ sarracino, confessò di essersi ispirato ad «un uomo bello, un po’ saracino, di quelli che fanno impazzire le donne come Harry Belafonte». (L'Unità, 4 giugno 2006)
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